mercoledì 22 agosto 2018

Lo sperpero degli Astri




Recensione di Mary B. Tolusso del libro di Elio Grasso, "Lo sperpero degli Astri" edito da Macabor Editore
... Contro ogni staticità che non restituisce dinamica è anche uno dei temi della silloge “Lo sperpero degli astri” (Edizioni Macabor, pagg. 57, Euro 12) di Elio Grasso, poeta, ma anche ottimo traduttore, Grasso sta dalla parte del cielo dove tutto accade a grande velocità. E appunto, scrive: “Il ricordo umano non ha scopo/chimico”. La poesia ha questo fine preciso, quello di svincolarsi da ogni realtà pregressa che non conduca a una nuova apertura e “ avanza per radici e resine/ e con bisogno di gemme/lontano dalle vostre risate”, risate di chi, probabilmente, vorrebbe tutto rimanesse sempre uguale. Invece Grasso, complice di Serres, evoca anche la forza ctonia della poesia-donna. Soprattutto la forza di tutto ciò che include la possibilità di una narrazione, il superamento di un interdetto….................... Un’unica avvertenza: che in nome della libertà, la guerra ai tabù non divenga un ulteriore interdetto, un obbligo…



domenica 12 agosto 2018

IL POETA HA MOLTE VITE





MACABOR EDITORE
Anteprima Editoriale

Venerdì 31 agosto 2018 uscirà, nella prestigiosa collana di poesia in 30 volumi  diretta da Bonifacio Vincenzi “I fiori di Macabor”, il libro di poesia di Dmitrij Grigor'ev, IL POETA HA MOLTE VITE,  traduzione dal russo di Paolo Galvagni (Premio Andrej Belyj a San Pietroburgo per le traduzioni nel 2014).

*** 

Il poeta ha molte vite di Dmitrij Grigor'ev è un libro che ha una sua forza espressiva notevole in cui vibra, nella metamorfosi delle sensazioni, la tensione comunicativa di un poeta straordinariamente legato alla vita. Pregevole la traduzione dal russo di Paolo Galvagni



DUE POESIE TRATTE DAL LIBRO


Ce ne staremo a bere il tè,
parleremo del bene e del male,
della crisi sulla terra,
dell'avanzamento del deserto,
dei confini contemporanei –
intesseremo, come un maglione,
la storia di questo mondo,
balenano solo i ferri,
intrecciando col Vietnam
il filo rosso della Seconda Guerra Mondiale,
ecco il nero Afgan,
ecco la verde crisi araba....
E il mio maglione è bianco-bianco,
perché lo fece la mamma,
e lei non aveva alcun interesse
per la storia di questo mondo.


*** 

Мы будем сидеть за чаем,
говорить о добре и зле,
о кризисе на земле,
о наступлении пустыни,
о современных границах –
вязать, словно свитер,
историю этого мира,
только мелькают спицы,
красную нить второй мировой
сплетая с Вьетнамом,
вот чёрный Афган,
вот зелёный арабский кризис…
А мой свитер белый-белый,
потому что вязала мама,
и ей до истории этого мира
не было никакого дела.


*** 




Il padrone del fiume

Lei arriva al fiume ogni sera
con una brocca vuota e canta piano,
perfino i cerchi sull’acqua si arrestano,
quando sentono la sua canzone

su colui che ha la pelle macchiata di masut,
su chi ha in volto non il sorriso, ma una cicatrice,
egli è nascosto tra i giunchi come il vento
e compare solo di mattina…

Le mie dita stringono un coltello affilato,
il mio cuore è una rana, la mia casa sono i giunchi,
ogni notte io impazzisco
e attendo il padrone di questo fiume,

io diventerò lui, e lui diventerà morte,
io diventerò vento, lui diventerà nessuno,
il mio bottino è soltanto il cuore
di colei che arriva a questo fiume.


***

ХОЗЯИН РЕКИ

Она приходит к реке каждый вечер
с кувшином пустым и тихо поёт,
даже круги на воде застывают
когда слышат песню её

о том, чья кожа в мазутных пятнах,
у кого на лице не улыбка, а шрам,
он в камышах словно ветер спрятан
и появляется лишь по утрам…

Острый нож мои пальцы сжимают,
мое сердце – лягушка, мой дом – тростники,
каждую ночь схожу с ума я
и жду хозяина этой реки,

я стану им, а он станет смертью,
я стану ветром, он станет никем,
ведь добыча моя – всего лишь сердце
той, что приходит к этой реке.




L’AUTORE

Dmitrij Grigor’ev è nato nel 1960 a Leningrado-Pietroburgo, dove vive tuttora. Si è laureato in chimica presso l'ateneo leningradese. Ha svolto i lavori più diversi: cementista, carpentiere, decoratore, redattore, copywrighter, etc. Ha lavorato come fuochista nelle sale caldaie. È poeta e prosatore. Autentico viaggiatore, ha girato in autostop molti Paesi d'Europa e d'Asia. Fino al 1989 ha pubblicato nel samizdat, in edizioni clandestine, quali “Časy”, “Obvodnyj Kanal”, “Mitin Žurnal”, “Sumerki”. Dagli anni Novanta i suoi versi sono apparsi sulle riviste “Černovik”, “Arion”, “Neva”, “Indeks”, “Rodnik”, “Mnogotočie”, “NLO”; e in volumi collettanei: Russkij verlibr [Il verso libero russo] (2002), Legko byt’ iskrennym [È facile essere sinceri] (2002). È stato tra i curatori dell'opera in cinque volumi Sobranie sočinenij – poezija Peterburga [Raccolta delle opere – la poesia di Pietroburgo] (SPb 2009-2013). Tra le raccolte poetiche: Stichi raznych let [Versi di vari anni] (SPb 1992), Perekrëstki [Incroci] (Spb 1995), Zapiski na obočine [Appunti sul ciglio della strada] (SPb 2000), Drugoj fotograf [Un altro fotografo] (M 2009), Ptič'ja psaltyr' [Salterio di uccelli] (SPb 2016). Al 2005 risale  il volume Ognennyj dvornik [Il netturbino infuocato], che comprende versi e racconti. Per la prosa: Poslednij vrag [L’ultimo nemico] (SPb 1994), Gospodin Veter [Il Signor Vento] (SPb 2002), Vse cveta Žizni [Tutti i colori della Vita] (SPb 2013).


lunedì 6 agosto 2018

LA POESIA DI LUIGI FONTANELLA




Recensione di Tosanna D'Agostino uscita su IL MERIDIONALE-  Domenica 1 luglio 2018



domenica 29 luglio 2018

Coppie minime




“Coppie minime”,
la nuova raccolta di poesie di Giulia Martini
di Bonifacio Vincenzi

“I confini di un libro non sono mai netti né rigorosamente delimitati: al di là del titolo, delle prime righe e del punto finale, al di là della sua configurazione interna e della forma che lo rende autonomo, esso si trova preso in un sistema di rimandi ad altri libri, ad altri testi, ad altre frasi: il nodo di un reticolo. (…) È inutile che il libro si dia come un oggetto che si ha sottomano; è inutile che si rannicchi in quel piccolo parallelepipedo che lo racchiude: la sua unità è relativa e variabile. Perde la sua evidenza non appena lo si interroga; incomincia indicarsi e a costruirsi soltanto a partire da un campo complesso di un discorso.”

Si può partire proprio da  Michel Foucault, da questo bel giro di spirale per cercare di circoscrivere un’idea, una sensazione, finanche una invenzione e accogliere questo libro di Giulia Martini, Coppie minime (Interno Poesia, 2018).

La poesia, certo. Ciò che viene e ciò che si nasconde nel mistero di ogni verso forse è un dialogo variabile, più vicino al desiderio che al concetto o viceversa. Tutto questo per rincorrere l’itinerario di un senso che può prendere forma soltanto in rappresentazioni, immagini, metafore.

Conviene però chiudere il campo alle possibili, inevitabili domande. Non avrebbero senso. In fondo, ha ragione Jabès quando scrive che “lo scritto è, nella scrittura, l’avvenimento che non avrà luogo: alba nata morta.”
Nel palinsesto della sua sopravvivenza Giulia Martini lavora al nodo del reticolo in attesa di tutto ciò che scorre sotto l’istante; ne vengono fuori verità segrete che non rincorrono mai la luce, mai qualcosa per cui varrebbe la pena riflettere: usa la parola per catturare frammenti e legarli a un suono, a un ritmo. La mirabile bellezza è in questa danza di rimandi dove la vita reale (ma esiste una vita reale?) si confonde con una vita di carta e di inchiostro. In questo percorso si delineeranno un certo numero di sganciamenti dove felicità e infelicità si disperdono nell’eco di una parola che sa deridere il dolore, la mancanza e tutto il resto che non si vorrebbe ricordare ma che puntualmente ritorna per fare male.

Da questo gioco cantato (a volte anche vagamente ballato) nasce la forza, la bellezza, la magia della poesia di Giulia Martini, una delle voci più autentiche della giovane poesia italiana.



Tre poesie tratte da Coppie minime:

Eccoti disordinata ai venti
cinque anni di vita. A volte eccedi
nell’uso del si impersonale.

Si dice che dispari ai quattro venti:
Thonon-les-Bains, un piatto di asparagi,
nelle reti delle Alpi Retiche –

e che rimani sempre sul fondo.
Sul fondo scuro e denso di caffè
di una tazzina di porcellana.


*


Io rime, tu rimedi.

Tu vai verso quello che credi,
io verso quello che rimane.


*

L’occasione era un sacchetto
di Pink Lady al venti percento,
fulve e dorate dall’orto all’occaso.

Le voglio tutte, pensavo –
ma quanto pesavano
le buste sulle scale del rincaso.



domenica 15 luglio 2018

La farfalla giramondo




Il libro di Rosa Melandri:
gioie e dolori di un’opera prima
di Bonifacio Vincenzi

Il compito di un piccolo editore come Macabor, che con pochi mezzi cerca di fare un lavoro serio e importante, è quello di scoprire  anche nuove voci, nuovi talenti. E di farlo con onestà, cercando sempre di compiere le scelte giuste.
Poi ci sono i veleni che in questo ambiente non mancano. Ma anche per questi inevitabili “effetti collaterali” ho imparato a gestire, nel corso della mia lunga esperienza, un certo livore che mi veniva spontaneo esternare e, per quanto difficile possa sembrare, anche a comprendere certe prese di posizioni esterne a volte molto discutibili.
Soprattutto quando i veleni venivano dall’ambiente locale.
Ad aiutarmi è stato l’abitudine di un animale che da secoli è considerato il grande amico dell’uomo. Ebbene l’abitudine di questo straordinario animale è quello di  marcare il territorio con un gesto noto a tutti e che non sto qui a sottolineare.
In questo gesto che sembra apparentemente minaccioso c’è, invece, qualcosa di più profondo. Un senso di protezione per una famiglia, per un piccolo mondo a cui si è legati e che si sente, in qualche modo, di proteggere.
Ma la cosa bella di questo animale è che quando  riconosce che nel nuovo visitatore non c’è ostilità, lo accoglie poi senza nessun problema.
Da quest’ottica anche certi veleni occulti possono essere compresi perché, a maggior ragione parliamo di persone e non di animali. Parliamo di uomini di cultura che comunque portano dentro una sensibilità non comune abituata, a lungo termine, a vincere su tutto.
Divagazioni, naturalmente, queste mie che alla fine sono funzionali a questa presentazione di un’opera prima, appunto, che inevitabilmente dovrà confrontarsi, oltre alla gioia e l’emozione che porta, anche con tutto questo di cui ho appena parlato.
L’opera prima di cui intendo parlarvi è La farfalla giramondo e altre storie di Rosa Melandri, edito recentemente da Macabor.
Ho fatto centinaia di recensioni nella mia lunga vita letteraria ma questa volta ho deciso di regalarvi non le mie parole su questo libro, ma un piccolo respiro di ogni racconto presente in questo testo…


Matilde, e non era mai capitato prima, ha un improvviso moto di altruismo. Capisce in quel preciso istante di non aver più bisogno di giocare con la sua bambola. Ferma la bimba e con dolcezza le dice:
“Aspetta, perché non la tieni tu? La piccola Stefy ora è tua. Non vedi quanto è felice di stare con te!”.
“Dici sul serio?” chiede piena di gioia. “Grazie. Che bello, corro in giardino a giocarci!”.
“Ora è tutto chiaro” pensa fra se’ Matilde. “Aveva ragione la mamma. È bello fare del bene. Donare a chi è meno fortunato di noi.”
da Una lezione di vita per Matilde


“Frugate nelle mie tasche, dovrebbe esserci un flauto magico e un sacchettino con dentro una polvere di stelle. Bene, per prima cosa uscite fuori e suonate per tre volte il flauto. La sua dolce melodia è un richiamo per le mie renne. Appena lo udiranno si alzeranno in volo per venire da me. Subito dopo spargete a terra la polvere di stelle. La sua luce indicherà loro il punto esatto in cui siamo.”
I tre scoiattolini obbediscono. Sono piccoli ed esili e non hanno tanto fiato così decidono di suonare il flauto una volta a testa. Subito dopo versano la polvere di stelle attorno alla grotta di pietra e rientrano.

da Tre scoiattoli salvano il Natale


“Sei la mia unica amica, sarò triste all’idea di non poterti più rivedere.”
Tina, rincuorandola, risponde:
“Potrai rincontrarmi in tutte le giornate d’estate, quelle limpide, col sole alto. Alza gli occhi al cielo. Sarò lì. Ora esci. Vivi intensamente la tua vita, amica mia. Conosci il mondo, realizza i tuoi sogni, riempi la tua anima. Non privarti di nulla. Il tempo trascorso insieme è stato breve, ma il mio ricordo ti accompagnerà per l’eternità.”
E, felice, fluttuò in quell’azzurro infinito.

da Tina, la farfalla giramondo


Lucky è un cucciolo di rinocorno e ha qualcosa di diverso da tutti loro: è unico e ancora non lo sa.
Passano i giorni e tutto diventa ostile per lui.
“Come sei brutto!” gridano ridendo i folletti.
“Di sicuro pesante come sei non potrai mai volare o galoppare,” aggiungono con cattiveria. Oltretutto, mentre gli altri unicorni hanno il potere speciale di apparire in sogno a tutti i bimbi buoni e renderli felici scacciando le loro paure più profonde, il povero rinocorno non può. A causa del suo brutto aspetto, questi scappano impauriti.

da La rivincita del rinocorno porta sfortuna


Marmotta, ghiro e riccio escogitano un piano: costruiscono un enorme aquilone rosso e resistente, lo legano con un filo alle sue zampe ed ali e aspettano che ci sia un po’ di vento per farlo alzare in volo, as-sicurandosi di tenere sempre saldo l’altro capo del filo.
Zampettando, zampettando, attraversano tutti e quattro la campagna.
Vanessa è emozionatissima. Se il piano funziona, potrà di nuovo liberarsi nell’aria. Salgono sul ciglio di un dirupo e al momento giusto i tre animaletti la spingono giù. Nel vuoto. Dapprima si sente tirar giù, ma prima di rendersene conto va su e poi più su e inizia a volteggiare nell’aria.
Ce l’ha fatta! E’ di nuovo libera.

da Vanessa, la cicogna-aquilone


“Tu, farfalla, sei troppo piccola e insignificante. Nessuno ti noterà. Tu, lepre, sei poco femminile, per nulla aggraziata, farai una figuraccia. E tu, elefante, troppo pesante. Sono io la più bella … hic (singhiozzo)… Ho un collo e delle zampe lunghissime… hic… Il mio mantello è giallo con delle macchie di un colore un po’ più scuro… hic… La mia testa sottile ed elegante… hic… Nessuno può egua-gliare la mia bellezza, la mia leggerezza e il mio portamento,” ripeteva piena di se’.
E più continuava ad elevare il suo ego, più ogni sua parola era accompagnata da un fastidiosissimo e incessante singhiozzo.

da La giraffa Raffaella e il suo singhiozzo


Ecco, un buon libro di fiabe può parlare da solo. Non ha bisogno né di essere lodato né tantomeno di essere denigrato. Parla benissimo da solo e sa farsi sempre riconoscere dai suoi amati lettori.

mercoledì 6 giugno 2018

Lo sperpero degli astri




“Lo sperpero degli astri”
La nuova raccolta di poesia di Elio Grasso
di Bonifacio Vincenzi

Con Lo sperpero degli astri (Macabor Editore) Elio Grasso porge dei nuclei immaginativi che, staccati dal contesto, funzionano autonomamente, mostrando nel loro procedimento interno – (collisioni, sfioramenti, seduzioni occulte) indipendentemente dai vincoli che posseggono nella sintassi testuale e nei tempi dei lavori, (altrove) dello sguardo, -  una rete relazionale molto sottile e molto intensa.

Non è ciò che il poeta dice che è fondamentale ma questo sfiorarsi continuo di elementi in un movimento metafisico che ha senso e vita quando gravita nello spazio ristretto di uno sguardo di lettore, riproducendo sprazzi di passato che si aggregano intorno a un centro:

Altrove volano per finta,/ davanti ai bicchieri/ incantano femmine/ dietro ai tavoli lanciano libri/ e soggezioni/ tutti gli attrezzi degli alberghi/ e slip sotto il letto./Sembrano vecchi e ripiegati/ovvero ceduti al presunto,/quel giacere di moribondo/fra pagine e alterchi/ spinte equivoche e tortuosi/ abbracci.

Le immagini di Elio Grasso sgorgano da una curva invisibile di silenzio che non designa mai il chiuso contrapporsi di una zona muta ma uno stare tra l’eco della propria parola e la parola altrui, richiamando sempre il sentire e il suo esprimersi.

Un libro da leggere, un libro da svelare e vivere questo di Elio Grasso, così fedele alla Poesia, ovvero al silenzio che parla, al vuoto che genera il cosmo

sabato 2 giugno 2018

Anatomie e distanze






Un anelito di libertà nei racconti di Michelina Turri
di Bonifacio Vincenzi 

È un esordio che rivela un’autentica vocazione di scrittrice che recupera il piacere di un narrare accendendo flash di immagini che presi anche singolarmente svelano già la loro forza. Un esempio?


Finora non ero mai fuggito. Non l’avevo mai fatto, forse perché volevo corrispondere all’idea del resto del mondo, quell’idea avversa a chi grida forte e vorrebbe andare contro ogni meccanicismo, ogni paura.
Sto correndo, sì! Anche se per voi sono fermo, in silenzio. Anche se non mi muovo.
Corro, assorbo tutto.
Le macchine che passano, la pioggia che sporca invece di purificare, la nebbia, il sole nascosto, i profumi, le voci delle persone che nemmeno mi vedono, confuso in mezzo al caos. Non è il Tutto ad attraversarmi: io attraverso ogni cosa, leggero, etereo, permeabile.
Corro, corro, dimentico, lascio il mio nome nel chiasso della strada.

Michelina Turri, è lei la giovane scrittrice di cui stiamo parlando. Classe 1994, cresce a Sant’Anna di Seminara, un piccolissimo paese situato nell’entroterra della provincia di Reggio Calabria. Attualmente frequenta la facoltà di Medicina e Chirurgia presso l’Università di Tor Vergata, Roma. Il libro pubblicato da Macabor, fedele al suo percorso di vita, si intitola Anatomie e distanze.

Tema costante dei suoi racconti è la ricerca costante di un anelito di libertà, di giovinezza, di scoperta, di voglia di vivere dove traspare, però, una profonda delusione verso un mondo che assorbe, non ti lascia scorrere. Non ti lascia vivere.




venerdì 1 giugno 2018

ALTROVE




La forza della rivelazione
nella nuova raccolta di poesia di Marta Celio
di Bonifacio Vincenzi

Padovana, laurea in filosofia teoretica sul concetto di Vita e Responsabilità in Hans Jonas, la poetica di Marta Celio si nutre della letteratura classica e contemporanea ma anche e soprattutto da questa sua formazione filosofica che la porta agli sperimentalismi più azzardati e che la mettono a stretto contatto con l’arte contemporanea.

Anche in questa sua nuova raccolta di poesia, Altrove, edita da Macabor, la Celio rimane fedele a questa sua idea.
Umberto Curi, che ha prefato la raccolta, giustamente e acutamente annota tra l’altro che: “Nelle liriche di Marta, il nesso fra poesia e pensiero – ovvero, se si preferisce il richiamo aristotelico, il carattere “più filosofico” del poetare – non è il risultato di un progetto premeditato, né è l’esito di un’opzione intellettualistica. Non si tratta, infatti, di conferire valenza universale ai versi, assecondando un disegno astratto di mutua compenetrazione fra il pensiero e la poesia. (…)La strada delineata dall’autrice è un’altra – più accidentata e arrischiata, ma anche più originale e affascinante. Restituire alla parola la forza della rivelazione. Liberare il “dire” poetico da ogni vincolo predeterminato. Lasciare che il flusso del pensiero si manifesti nella sua immediatezza, senza l’assillo del “significato”, senza il dispotismo della grammatica o l’ordine asettico della sintassi.”

Questa forza della rivelazione è volta all’insegna di squarciare  l'impenetrabile oscurità e dare largo agli affetti, alle voci familiari, alle cronache minime della vita che si accrescono nel viaggio esistenziale. La pagina è il luogo ideale per favorire la rivelazione perché dove finisce il suo biancore incomincia il battito del cuore.
E negli spazi di questi battiti l’autrice accende la luminaria del suo stare a cavallo tra il me di me/e l’altro/l’altrove.

domenica 27 maggio 2018

Album di famiglia





Album di famiglia di Carmela Mantegna
Un invito a rivivere il proprio passato
di Giuseppe Perpiglia

Non sono un lettore compulsivo, anche se leggo parecchio, ma questo agile volumetto è stato divorato in pochissimo tempo. La sensazione è stata molto strana, una sensazione che non mi era mai capitato di provare. Sembrava di leggere qualcosa di evanescente, tanto leggero da sembrare impalpabile, qualcosa che non dovesse lasciare traccia lacuna. Mi sono reso subito conto, però, che quelle parole e quelle frasi impresse nella carta si erano impresse parimenti anche nel mio animo, avevano lasciato qualche cosa dentro. È stato come leggere, anzi come rivivere la mia vita e i miei ricordi. È stato come ritrovare vecchi amici che, anche se non vedi da molti anni, ti sembra di non aver mai lasciato.


In questo romanzo Carmela Mantegna ha dimostrato la stessa abilità che Gemma riconosce alla madre ed alle sue foto, quella, cioè, di aver catturato frammenti di anima, presentando tante figurine in grado di comporre l’unico grande album della vita di ognuno di noi.
Dalle pagine del racconto si sprigionano ricordi e profumi, perché, come dice l’autrice, ogni ricordo porta con sé un profumo. Ma si percepiscono anche sapori ormai perduti, quei sapori che solo un bambino può sentire ed in ognuno di noi è sempre presente il bambino che è stato. Si tratta di ricordi, profumi e sapori che formano la nostra identità ed il nostro essere e per questo sono universali, per cui ognuno può ritrovarsi in essi.
Il racconto della Mantegna poggia sui ricordi, ma non è un’opera nostalgica dei bei tempi andati, al contrario, è un invito, seppure indiretto, a rivivere il proprio passato, ripercorrere i propri passi per affrontare con più sicurezza, determinazione e consapevolezza l’oggi, guardando al futuro con maggiore ottimismo perché, cito ancora l’Autrice, i ricordi continua ad amarli per tutta la vita, ma lasciali andare. È un rinvigorire le proprie radici per far sì che i rami del nostro vivere quotidiano siano più forti e frondosi, maggiormente in grado di resistere alle intemperie ed alle ingiurie del tempo.
I personaggi sono pochi ed appena abbozzati, a parte Gemma, ma ognuno di essi è un archetipo, un micro mondo, il tassello di un puzzle esistenziale che ha caratterizzato la vita di intere generazioni. Un modo di affrontare l’esistenza con un’accezione olistica, contrapposta all’iperspecializzazione imperante e spersonalizzante di oggi, in simbiosi con le persone e l’ambiente circostante, dove le cose si impregnano dell’esistenza degli abitanti, mantenendone per sempre le tracce.

È un volume da leggere e rileggere per aprire nuovi scenari del cuore e nuovi squarci nell’anima ed assaporare sempre più i valori pregnanti che ci fanno vivere un’esistenza degna di essere vissuta, perché capace di gratificare ed appagare lo spirito.

I bambini ciliegio e altre storie






I bambini ciliegio e altre storie
Un libro per l’infanzia di Giorgia Spurio
di Bonifacio Vincenzi


Si sa che la fiaba non racconta la vita così com’è, ma chiama sempre a sostegno della storia raccontata, un elemento magico, irrazionale che non si sovrappone, però, mai alla nostra vita, semmai, si aggiunge dando poi forza al messaggio che si intende inviare ai potenziali lettori.

Giorgia Spurio con  I bambini ciliegio e altre storie, recentemente pubblicato da Macabor, attraverso il racconto fiabesco manda dei messaggi chiari, frutto di una visione di vita mai prevaricatrice, ma fortemente umana  dove le ragioni del cuore danno respiro e anima alle storie raccontate…

Ecco qualche battito dal cuore della pagina:

La tenerezza di Marialisa, il coraggio di Marco, la lealtà del buffo Socrate, l’amicizia della piccola Foglia, sarebbero rimasti per sempre impressi nel cuore del bosco e delle sue preghiere.
Ogni sera il Fungo aspettava la prima stella per intonare un canto a tutte le creature meravigliose e con quel canto i rami delle piante oscillavano: foglie, animali, fiori si cullavano su quella dolce melodia addormentandosi. Così ogni notte la Rosa e il Fungo si abbracciavano sereni cavalcando gli unicorni dei sogni.

Questa è  la forza poetica e magica della fiaba. Può incontrare lo sguardo incantato dei piccoli lettori o quello più quieto e distaccato di coloro che non hanno dimenticato di aver avuto un’infanzia.

Giorgia Spurio racconta con naturalezza le sue storie e con altrettanta naturalezza arrivano al cuore delle persone.

I bambini ciliegio è un libro che consiglio a tutti di leggere.


sabato 19 maggio 2018

Nonna, raccontaci...



L’esperienza umana e letteraria di Giovanna Vecchio

di Angela Lo Passo


Cosa può fare una nonna con i suoi nipotini? Come interessarli? come rendere piacevoli le ore trascorse insieme? Non certo accendendo loro la TV o mettendo in mano un telecomando (di qualsiasi natura), è facile, sbrigativo e poco problematico, è vero, ma vuoi mettere sentirne le risate, scrutare la luce negli occhi e l'eccitazione della scoperta? Che altro può e deve fare una nonna che ama la vita e vuole condividere questo amore con chi ne è il naturale prosieguo? Narrare e insegnare con l'ascolto. Questa è l'origine della paideia, della formazione dei fanciulli che vede nella magia della parola la base della formazione dell'individuo come cittadino ma anche e soprattutto come uomo. E allora ecco le storie, anzi LA STORIA che si dipana tra giochi e scherzi, in una giornata o in una serie di giornate qualsiasi, nel tempo fatto di cose da fare e da conoscere. 

Non dobbiamo scomodare i grandi autori o gli studiosi di linguistica per capire o parlare dell'importanza della fiaba, un genere antico nato con l'uomo (immaginiamo il piacere di raccontare tutti intorno ad un fuoco e di sentirsi comunità) che ha come scopo l'intrattenimento ma anche l'insegnamento pedagogico; basta pensare al nostro passato, quello di ognuno di noi: le "parmedie" della nonna sono lì ferme nella memoria, legate all'odore di cose buone e familiari ed al calore dei momenti vissuti insieme. La nonna, per chi ha avuto la fortuna di averne una, è colei che segna l'infanzia con i suoi piccoli e grandi gesti e con le parole semplici di chi ti insegna a guardare il mondo con saggezza e attenzione. Il libro di Giovanna Vecchio è il prodotto di questa esperienza che, più che essere letteraria, è umana...

giovedì 22 marzo 2018

Essere transitivo





Emanuela Ceddia: viaggio nell’anima di una poetessa
di Bonifacio Vincenzi

Stretta nel pugno della vita, lei  è nata per essere qui e adesso, lei  affida alla voce la testimonianza della sua anima...
Si potrebbe partire da qui, da questo lungo respiro       colto dal libro di Emanuela Ceddia, Essere transitivo, edito recentemente da LietoColle, per accogliere ciò che la parola è disposta a donare, consapevole di una responsabilità sempre e comunque passeggera, mai legata a forzature o altro che possano, in qualche modo, turbare il lavoro dello sguardo.

La poesia in Ceddia semplicemente è, ha un estimatrice appassionata, Emanuela, già pronta lei stessa a sorprendersi per la magia di queste parole, di questi versi, che sgorgano da una profondità capace di creare la sua vita di ogni giorno, nel bene e nel male:
Parola, sei un occhio/ che mi vede. Un occhio che si schiude in faccia a/ un dentro. Un senso/ acuminato che mi trova./ Sei tocco affilato che decide./ Sei timpano, parola./ Membra che vibra/ in nuove corde. Sei fibra/ del corpo immateriale./ Che insorge. Risale.
In questa operazione del fare e del farsi testo le domande comunque non cessano. La vita e il suo mistero sono lì davanti agli occhi… (Veniamo noi, al mondo/ o viene, il mondo, a noi?) … E non basta una parola accorta per risvegliarsi, ma ci vorrebbe un sentire più profondo, che superi, in qualche modo, le domande e le risposte...
Come una “vera felicità lasciata andare,/ libera, a scorgere la fine.” Come gli occhi che si aprono nelle mani e vedono attraverso le carezze.
Questa è la poesia. Viene a noi squarciando ogni mistero. Muore e rinasce ad ogni carezza di sguardo. È capace di parlare o di tacere. Non si sottrae alla morte, è la morte; non si sottrae alla vita, è la vita: mischiando canto e silenzio per dire, alla fine, ciò che nessuno osa capire.